Giocando si impara

AUDIO ARTICOLO INNOVAMENTI

C’era una volta, nel 1987, una bambina di nome Elisa che veniva al mondo in una clinica di Roma. Nello stesso momento, lo studioso Piero Angela scriveva il saggio “La macchina per pensare”, in cui esortava gli insegnanti ad abbracciare l’antico motto latino del ludendo docere, ovvero dell’insegnare divertendo.

Che collegamento può esserci tra due eventi così diversi?
Semplice: mi piace pensare di aver assorbito, in chissà quali modi, i preziosi contenuti di quel testo, tanto da portarli oggi come stendardo del mio personale modo di considerare l’insegnamento e la formazione.

Andando ancora più indietro nel tempo incontriamo Bob Heyman, documentarista del National Geographic, che nel 1973 coniava il termine edutainment, per indicare un principio in grado di soddisfare sia l’aspetto prettamente educativo (education) sia quello del divertimento (entertainment).

Condivido subito una considerazione: se questo tipo di esigenza si avvertiva già negli anni ’70, come può non considerarsi imprescindibile oggi, quando per tutti noi la curva media dell’attenzione è inferiore ai dieci secondi?
Sempre più utilizzato in tempi recenti, il gioco si sta lentamente riscoprendo come parte fondamentale del processo di apprendimento. Tuttavia, sebbene il suo valore educativo sia riconosciuto a più livelli, la società non si mostra completamente pronta ad attribuirgli un autentico valore formativo: lo si ritiene utile per far passare concetti come il rispetto delle regole o l’interazione con i pari ma risulta meno credibile se accostato all’acquisizione di nozioni vere e proprie.

Eppure, attraverso il gioco, io ho spiegato a bambini e adolescenti le scoperte geografiche, la Divina Commedia e la Costituzione Italiana, e agli adulti la Galleria Borghese e il Foro Romano, favorendo un dialogo tra tradizione e innovazione.

La sperimentazione sul campo mi ha permesso di verificare che la motivazione basata sul piacere è quella che porta, ad ogni età,all’arricchimento più profondo e duraturo.
E il discorso vale, appunto, tanto per i bambini quanto per gli adulti.

A proposito di questi ultimi, così legati a dati e statistiche (per dirla come farebbe il Piccolo Principe), accontentiamoli subito: ricerche (qui ne trovate un esempio e diverse fonti) realizzate in differenti contesti in tutto il mondo hanno mostrato, negli ultimi vent’anni, che il successo di un manager non dipende tanto dalle conoscenze e capacità già possedute, quanto dalla rapidità e dall’efficacia con cui egli riesce a imparare cose nuove.  Nell’ottica in cui, sul posto di lavoro, si punta a trasformare le dinamiche del dovere in dinamiche del piacere, vengono incoraggiate produttività e opportunità, a danno di frustrazione e infelicità.

L’apprendimento, quindi, fa la differenza: forma le competenze, porta al raggiungimento degli obiettivi e influenza in modo decisivo l’approccio interpersonale, producendo benefici economici e sociali.

Il ruolo del gioco o, per meglio dire, del coinvolgimento e dell’engagement nel processo di apprendimento, è dunque essenziale, e lo dimostra anche l’esigenza delle aziende di istituire percorsi di formazione non tradizionale per i propri dipendenti.

Vi solletico con un interrogativo: chi è pronto a riconsiderare il postulato secondo il quale il tempo del gioco deve essere assimilabile al solo concetto di svago, mentre quello dell’apprendimento a qualcosa di serioso o di tecnico?

 


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L’AUTORE DELL’ARTICOLO – ELISA

Vicepresidente APS i4eleMENTI e Manager Culturale
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