Dall’Egitto a Rio – Conservare è conoscere

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È una serata fresca e buia, di un settembre molto caldo e vagamente uggioso. Corre l’anno 48 avanti Cristo e ad Alessandria Giulio Cesare è arrivato ormai da giorni, attraccando le navi del suo esercito al porto. La guerra dinastica per la successione al trono d’Egitto si protrae da mesi, e ora il generale Achillea non è affatto soddisfatto dell’interferenza del condottiero romano.
In quella notte concitata, nelle strade più povere della città, assieme ai rumori della battaglia inizia a diffondersi la voce secondo la quale Cesare avrebbe incendiato le sue navi, per evitare che il generale le facesse proprie. E all’improvviso, all’odore del legno bruciato e allo scricchiolare degli alberi in fiamme, si aggiunge anche un forte boato, e cenere biancastra inizia a riempire la città.
Le fiamme hanno raggiunto la Biblioteca Alessandrina.
La più grande e ricca biblioteca del mondo è completamente avvolta da un incendio devastante; i suoi oltre 480.000 rotoli di pergamena sono andati tragicamente perduti in una manciata di minuti
.

Tutto ciò che la cultura antica ci aveva lasciato fino ad allora, trecento floridi anni di conoscenza tanto occidentale quanto probabilmente orientale, svanirono a più riprese a cominciare da quella notte fino all’ultima, famosa conquista operata dagli arabi seicento anni dopo.

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Ricostruzione di fantasia dell’aspetto di Alessandria d’Egitto al suo massimo splendore – Wikisource

Potrebbe sembrare inutile piangere oggi la perdita di un patrimonio librario del I secolo avanti Cristo, eppure la vicenda appena narrata si è ripetuta nel settembre di duemila anni dopo, in una città calda e instabile proprio come l’Alessandria del racconto: parliamo di Rio de Janeiro, in Brasile.

Il Museo Nazionale di Rio de Janeiro, fondato circa 200 anni fa, ha preso fuoco di notte, e oltre duecento manufatti che raccontavano la storia della civiltà latino-americana sono andati completamente distrutti nell’incendio.
La colpa della civiltà antica, nel 48 avanti Cristo, fu forse quella di non aver ancora inventato un metodo per mettere al sicuro un patrimonio così prezioso.
La colpa della civiltà moderna, nel 2018 dopo Cristo, è quella di non aver utilizzato il metodo finalmente esistente per mettere al sicuro un patrimonio così importante.

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La parola digitalizzazione oggi spaventa e un po’ lascia scettici; pensiamo subito a quei filmati a rallentatore dove grossi monumenti si muovono a scatti, o alle mostre digitali che tolgono spazio a bellissimi manufatti originali.
Eppure questa non è che la scorza esterna di un processo estremamente prezioso: tolte le applicazioni ludiche o di intrattenimento, la digitalizzazione delle opere d’arte ha una funzione fondamentale nella vita artistica del nostro mondo, perennemente in bilico fra guerre e disastri: la salvaguardia della conoscenza.

Abbiamo già visto come Google abbia avviato un lodevole progetto animato da tale scopo, ma non è l’unica realtà meritevole. Da progetti di digitalizzazione della street art a ricostruzioni in 3d di interi edifici, da stampe tridimensionali di sculture in pericolo, fino ai più complessi musei virtuali: la mappatura della cultura digitale, intangibile e ancora scarna, è già stata avviata, arricchendosi tassello dopo tassello di un messaggio fondamentale: nulla, nemmeno la pietra può essere eterna; se vogliamo continuare a conoscere, dobbiamo conservare ciò che possediamo.

Ad oggi, la mancata mappatura digitale delle collezioni del Museo Nazionale di Rio de Janeiro (come di moltissimi altri luoghi che hanno subito lo stesso destino) ci ricorda soltanto una sconfortante verità: in una singola notte, la generazione che seguirà la nostra è stata privata della conoscenza relativa ad una grossa fetta del suo passato.

 


alessia blogL’AUTORE – ALESSIA

Web Content Creator e Communication Manager
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