Le nuove sfide educative dei nativi digitali

Ci sono date che hanno un’importanza intima e discreta, come ad esempio il compleanno oppure un anniversario, che contribuiscono a stimare l’esperienza di una vita o l’intensità di una relazione.
Ci sono poi date che scandiscono il tempo ordinario e che viviamo con grande attesa, perché regaleranno una pausa o un momento di condivisione, che ci godiamo, spesso però mettendo in secondo piano l’occasione che rappresentano, come accade ad esempio con il Natale o il Primo Maggio.

Ci sono infine date che ignoriamo e non celebriamo, inconsapevoli del profondo impatto che hanno avuto sulle nostre vite e la nostra cultura, vere “date miliari” dopo le quali qualcosa è cambiato.

Il 30 Aprile 1986 è una di queste.

In questa data l’Italia, per la prima volta nella sua storia, crea una pagina Internet ed entra a far parte di una rete globale nata in America con il nome di Arpanet, e pensata per consentire una condivisione rapida di informazioni anche in condizioni di conflitto bellico.
Da quel momento, ed in tempi assolutamente veloci la Rete è cresciuta sempre più, incuriosendoci fino a sedurci, e da che era lei che ha iniziato a far parte delle nostre vite, sono le nostre vite che hanno finito con l’essere parte di lei.

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Tutto questo, con una velocità spaventosa, si è accompagnato ad un’innovazione tecnologica feroce e massiccia, che ha finito per generare una terra di confine tra molti di noi, che hanno osservato e visto crescere Internet, e molti altri di noi, che al contrario sono stati visti nascere e crescere da Internet.

Quest’ultimi sono chiamati nativi digitali, espressione con la quale si fa riferimento alle generazioni nate online, e cresciute circondate da una tecnologia alla quale le generazioni precedenti non hanno avuto accesso, per indisponibilità o per scelta.

Una simile diversità nell’esperienza del Web e delle tecnologie è andata generando nuove sfide educative che hanno richiesto, e richiedono tutt’ora, se non un cambiamento almeno un aggiornamento dei modelli familiari e di crescita, per preservare una comunicazione che, muovendo da regole del gioco così diverse, finisce con l’essere profondamente difficile e frustrante.
Si pensi ad esempio a quanto possa essere incomprensibile, per un nonno, osservare scene di disperazione del nipote per l’assenza di copertura internet nella sua casa; oppure ancora, si immagini quanto possa suonare metallico e privo di significato proporre ad un adolescente di attraversare il cortile condominiale e citofonare al suo amico piuttosto che vivere la relazione su Whatsapp o Instagram.

Regole diverse, significati diversi. Non solo, questo nuovo assetto è andato anche traducendosi in un ribaltamento dei ruoli educativi, laddove è frequente che accada che sono i genitori ad andare dai figli a chiedere spiegazioni sull’utilizzo di un dispositivo o di un App, e non più viceversa. Se questo, sotto tanti aspetti, potrebbe sembrare quasi romantico, sulla scorta del “anche noi abbiamo da imparare da loro”, d’altra parte sancisce in via definitiva l’attuale solitudine del Nativo Digitale, la sua vulnerabilità e fragilità di fronte ad una realtà che il papà e la mamma non sono in grado di spiegargli, che non può più essere masticata e restituita in modo che sia più digeribile.

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Dunque, l’incredibile sforzo che viene chiesto ai genitori è quello di superare l’individualismo delle proprie radici e provare ad entrare il più consapevolmente possibile anche in questo nuovo mondo, che per noi è un’alternativa, ma per i nostri figli è l’unico dei mondi possibili.

Guardare a tutto ciò con scetticismo è improduttivo tanto per noi, che continuiamo a confinarci, quanto per loro, che restano soli e vulnerabili nonostante gli scintillanti selfies dei propri profili social.

Ed è ancor più disorientante nel momento in cui decidiamo di accogliere solo gli aspetti più comodi della digitalità, come ad esempio l’utilizzo di YouTube per calmare bambini irrequieti in una serata in pizzeria, soffocando tutto il resto in una lunga sequenza di “ai miei tempi..”.

Il genitore, sin dalle origini, si arma ed esplora il territorio per assicurarsi che i suoi piccoli non corrano pericoli; oggi i piccoli, disarmati, esplorano un ambiente che il genitore, spesso, si rifiuta di riconoscere.
La giusta strada è farlo insieme, l’uno sulle spalle dell’altro, lasciando che la curiosità addolcisca la prudenza e che la prudenza puntelli la curiosità, tornando a parlare la stessa lingua.

 


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L’AUTORE – ALESSIO

Psicologo e Psicoterapeuta
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