Arte in migrazione: dalle scale della GNAM al sole del Tibet

Il primo motore della tua esistenza, quello che ti fa uscire dalla tua caverna per spingerti oltre, oltre ciò che hai già visto, oltre ciò che già sai, è il bisogno di un altro. In ogni caso, favorevole o contrario, solo un altro ti permette di costruirti

Sono le parole di Simon Njami, scrittore e critico d’arte camerunese, curatore della mostra I is an Other / Be the Other. Ospitata alla Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma (GNAM), l’esposizione si è conclusa il 24 giugno e ha portato in Italia alcuni degli artisti più rappresentativi della scena contemporanea africana.

“Solo un altro ti permette di costruirti”.

Domenica 17 giugno è accaduto proprio questo. Sonam mi ha costruita.

Prima di raccontarvi chi è Sonam, e quale è la sua storia, lasciate che vi dica che la Galleria d’Arte Moderna e ContemporaneaUNICEF Italia hanno proposto, il 13 di questo mese, una giornata di laboratori per famiglie condotti da giovani migranti, autori di quadri, sculture, gioielli, fotografie e oggettistica di design, che sarebbero dovuti restare esposti fino a domenica 17 giugno. Il condizionale è d’obbligo, dato che parte delle opere erano già state rimosse in tale data, e così anche i bellissimi quadri di Sonam.

Esatto, avete indovinato. Sonam è un artista! Un artista tibetano, per la precisione. Nato in una tribù nomade tra le montagne del Tibet.
I suoi quadri (www.kungart.com), principalmente ad acquerello, emergono dai suoi ricordi d’infanzia e non solo, riflettendo incontri e storie. Colpiscono per gli sguardi, si tingono di colori intensi, vivaci, molto distanti da quelli della realtà, per certi versi fauves.

Sonam, in Italia da 4 anni, sogna di fare della sua arte il suo lavoro.

 

 

È orgoglioso di aver esposto in un museo tanto prestigioso, e un po’ deluso che i suoi quadri non siano dove si aspettava di trovarli oggi, per poterceli raccontare.
E così, non ci resta che visitare le altre sale del museo.

L’attuale assetto della Galleria, voluto dalla nuova direttrice Cristiana Collu, è una specie di remix della collezione del Museo, che ripropone opere che vanno dal neoclassicismo ai giorni nostri senza seguire un criterio cronologico.
“Oggi il museo ha smesso di essere un luogo di contemplazione ma è diventato un luogo in cui succedono delle cose”, scrive il critico d’arte Boris Groys. E di cose qui ne succedono tante, così tante che è difficile trovare un filo di lettura univoco; la nostra attenzione passa da una superficie all’altra, da un materiale all’altro, come la pallina di un flipper.

Alcune volte gli accostamenti tra opere diverse funzionano, molto spesso lasciano perplessi. Così mi appare anche Sonam mentre camminiamo tra le sale del museo.

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Passiamo davanti ad una delle opere più rivoluzionarie della storia dell’arte, l’orinatoio di Duchamp. Lì, Sonam non può fare a meno di esclamare: “sono strani questi artisti!”.
E poi, una semplice domanda: devo diventare come loro?

Sorrido, e continuiamo la nostra visita finché, davanti a Mappa di Alighiero Boetti (1990), Sonam mi fa notare che manca certamente una bandiera: la sua, quella del suo paese, del suo popolo tibetano sottomesso alla politica cinese.

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Ho passato la prima infanzia a disegnare e immaginare paesaggi e persone mitiche per sfuggire alla dura realtà dell’invasione cinese. Quando la vita divenne insopportabile sotto il dominio cinese, la mia famiglia ed io fuggimmo in India.
Era il 1993, avevo solo 8 anni.
Lì ricevetti l’educazione tibetana senza il timore delle autorità cinesi. Sebbene amassi l’arte, non potevo seguire la mia passione: essendo un rifugiato, la creatività era, purtroppo, una priorità bassa
”[*].

 

Sonam ha imparato a dipingere da autodidatta disegnando con i gessi sulla terra, e cancellando immediatamente per non essere scoperto a farlo. Racconta con nostalgia del suo Tibet e del suo popolo, costretto a parlare una lingua che non è la sua, ad alzare una bandiera che non gli appartiene.
Sogna un mondo dove il Tibet sia libero di far conoscere la propria cultura le proprie tradizioni; fare arte per Sonam è anche un modo per portare l’attenzione del mondo sul suo paese e la sua condizione. Mi spiega come il 42% della popolazione mondiale beva acqua che proviene dal Tibet, anche per questo detto il Terzo Polo, una zona ricca di minerali che dal 1950 diviene definitivamente parte della Repubblica Popolare Cinese, nello stesso anno la bandiera del Tibet viene dichiarata illegale e sostituita con quella della Cina.

Così, in questo viaggio nel mondo dell’arte contemporanea, in un tempo fuori dal comune, Time is out of joint come ci indicano le scale d’ingresso alla Galleria, esco costruita da una nuova storia, da un nuovo incontro.

Mi piace pensare che Sonam abbia ritrovato qui il sole della sua bandiera, splendente di energia nell’opera divisionista di Pellizza da Volpedo, che non ha potuto fare a meno di ammirare silenziosamente per alcuni minuti, e poi fotografare.

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lorena

L’AUTORE – LORENA

Presidente APS i4eleMENTI, Formatrice ed Educatrice
Scopri di più qui!

 

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2 pensieri su “Arte in migrazione: dalle scale della GNAM al sole del Tibet

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